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OMELIA PER LA SANTA MESSA PASQUALE

20 marzo 2008 

 

 

 

Carissimi sacerdoti, carissimi fedeli!

 

Questa Santa Messa, nella quale si benedicono gli Oli Sacri, è la manifestazione della comunione che esiste tra il Vescovo e i suoi sacerdoti. Per questo motivo, in ogni luogo del mondo, tutti i sacerdoti della Diocesi concelebrano il Giovedì Santo al mattino con il proprio Vescovo. Questa Santa Messa, quindi, è il segno visibile della comunione intorno al Suo fondamento, che è Gesù Cristo. E’ Lui, e solo Lui, la sorgente della nostra comunione e, al tempo stesso, è da Lui che deriva la forza che nasce da questa comunione che ci fa Chiesa. Non sono le nostre capacità oppure i nostri meriti a generare questa comunione. Non è la nostra autorità o la nostra disponibilità. Potremo vivere questa comunione solo se siamo tutti uniti a Cristo e al Suo sacrificio. Solo guardando a Gesù, e in particolare vivendo con Lui i momenti della Passione, noi potremo scoprire perché è Lui, e solo Lui, la sorgente di questa comunione. Solo se siamo uniti a Lui potremo rinnovare la nostra vita e trovare la forza per testimoniare la nostra fede.

Gesù, quando si ritirò da solo nel Getsemani per stare in più intimo rapporto con il Padre e per  condividere con lui il dramma che stava per vivere, lasciò Pietro, Giacomo e Giovanni, a un tiro di sasso di distanza. Noi ora non stiamo distanti da Gesù un tiro di sasso, ma siamo accostati a lui, al suo altare. Su questo altare inesauribilemente offre per noi al Padre in sacrficio di soave odore il sangue della sua fronte, del suo volto, del suo cuore, delle sue piaghe, del suo intero corpo, anche di quello nostro che si perpetua nella storia.

            Dove rimasero i tre apostoli, testimoni della sua ora che era giunta, gli archeologi hanno individuato il sito di un frantoio, che ci pone in stretto rapporto con quanto stiamo fecendo noi questa mattina, trattando l’olio frutto degli ulivi e del lavoro dell’uomo..

Senza perdere di vista la passione del Figlio di Dio, che produsse il sangue della nostra redenzione, noi nel luogo di questo frantoio ideale, stiamo per produrre i Sacri Oli della salvezza.

            E da questo frantoio che macina le olive, e macinandole produce olio soave, di cui molteplici sono i riferimenti nella sacra Scrittura, noi apprendiamo lo stile di vita di ogni cristiano che, macinato nel frantoio della Passione di Cristo, lubrificato, purificato e custodito dal suo Sangue, di cui l’Olio diventa “segno”, viene a riplendere nel suo genere di uomo perennemente redento.

            E noi di questa redenzione non siamo soltanto esperti intenditori, ma gioiosi portatori, in quanto ognuno di noi da questi Oli Sacri è stato unto per la salvezza. Unti nel Battesimo, per esprimere la novità di vita, che ci è toccata in sorte, unti alla Cresima, per esprimere la consapevolezza dell’impegno e della responsabilità che abbiamo nel mondo, unti nell’ordinazione sacerdotale ed episcopale, perché rimanga impessa e sempre presente nella nostra anima e nel nostro corpo la responsabilità di guidare a Dio, al cielo, il gregge che ci è stato affidato. E Dio ce ne faccia grazia di poter essere unti ancora quando siamo chiamati a conformarci a Cristo sofferente nella malattia, nell’età avanzata, in preparazione all’incontro definito con Cristo giudice misericordioso, per “vederlo faccia a faccia, così come egli è”.

            Così rinnovati, torniamo a riprendere coscienza di ciò che siamo e di ciò che dobbamo ritornare a diventare: nuove creature. Così olive di Cristo noi siamo, macinati nel suo amore per diventare olio profumato, intimamente uniti a Cristo.

            A questo punto sorge una inevitabile domanda: in che cosa consiste questa novità, a cui nel sangue di Cristo questo frantoio  trasforma noi: laici cristiani, sacerdoti, uomini e donne consacrati e me vescovo? Nell’amore. Una parola semplice, e tremenda nello stesso tempo.

In una chiesa, su un grande crocifisso, è stata posta una scritta che dà il senso di questo nuovo e tipico amore cui ogni unto di Dio deve rifarsi continuamente: “Charitas sine meodo”, che si traduce in parole semplici come: amore smisurato,  amore senza confini.

            E’ il dono che il Signore ci fa non solo ogni anno nel mistero pasquale che celebriamo solennemente, ma in ogni Eucaristia in cui tutto il mistero di Cristo si compie e ci viene partecipato.

            E’ in questo “amore smisurato” che ci macina e ci trasforma questo ideale frantoio.

Per noi che viviamo in questa terra d’Albania e che abbiamo ancora le mani intrise di sangue fresco dei nostri vescovi, presbiteri, religiosi e laici martirizzati, non deve essere difficile comprendere il significato di questo “amore smisurato”, davanti a cui la rabbia dei persecutori si faceva ancor più inferocita.  Nei nostri martiri affiorò in un modo del tutto particolare questo “amore smisurato”. E non furono due amori, ma un amore solo, unico e assoluto: Cristo, la Chiesa, i fedeli furono il loro unico amore che li spinse a esprimere questo amore smisurato, senza limiti.

Dobbiamo dirlo con fierezza cristiana: siamo figli ed eredi di questi nostri fratelli martiri. Loro non si sono fermati al frantoio del primo giovedì santo, ma sono andati oltre, unti, consacrati alla stessa passione di Cristo, hanno seguito il Maestro, passo passo, e dove è andato lui, sono andati anche loro.

Questo Olio Santo che perennemente ci ha uniti e consacrati, dedicati completamente a Dio, e che portiamo in corpo, ci obbliga a uno stile tipico di vita che in questa “amore smisurato” trova senso e significato.

(La fluidità dell’olio ci dice quanto è bello e quanto è soave che i fratelli stiano insieme in questo “amore smisurato”: “è come olio profumato che scende sulla barba di Aronne, sulle sue vesti”.) A noi sacerdoti ha detto il Papa: “Noi abbiamo trovato, anzi siamo stati trovati dall’amore del Signore e quanto più ci lasciamo toccare da questo suo amore nella vita sacramentale, nella vita di preghiera, nella vita del lavoro, del tempo libero, tanto più possiamo capire che sì, ho trovato la vera perla, tutto il resto è importante solo nella misura in cui l’amore del Signore mi attribuisce queste cose”.

            La testimonianza che ci hanno lasciato i nostri fratelli martiti si snocciola tutta su questa strada di comunione per i fedeli, di comunione scambievole, di comunione con il vescovo, con il Papa e di perdono per i persecutori e gli uccisori. Le ultime parole del giovane seminarista Mark Çuni, prima di essere fucilato, furono: “Perdono quanti mi hanno giudicato, condannato e coloro che eseguiranno la sentenza”. E le espressoni degli altri non furono diverse.

 

            Negli scritti dei nostri martiri è presente lo spirito di profonda comunione vissuta “in modo smisurato”, anche in tempi difficili. Risulta chiaamente che l’anima di questa comunione “smisurata” fu il vescovo. Ogni martire, specialmene i sacerdoti, nei momenti buoni e meno buoni, si sono mantenuti fortemente legati ai propri vescovi, oltre che al Papa e allo stesso popolo. Ne fa fede l’intensa corrispondenza avuta, prima con Mons. Lazër Mjeda, e poi con Mons. Prennushi e Mons. Frano Gjini. Ne fà fede l’attaccamento indiscusso che hanno conservato fino al sangue con la Sede di Pietro, Vicario di Cristo. Il Servo di Dio Don Shtjefen Kurti così scrisse al Papa nel momento in cui la situazione persecutoria andava facendosi sempre più cruciale e aspra: “Beatissimo Padre, ...è unico nostro conforto il poter versare nell'angelico cuore del Padre Comune l'amarezza di cui è ripieno l'animo nostro cristiano e sacerdotale... esprimo il mio dolore di amareggiare l'animo dolce di Vostra Santità con questo desolato esposto. Prostrato ai piedi di Vostra Santità, che bacio riverentemente, chiedo umilissimamente la Sua paterna benedizione apostolica, ...auspice di miglior avvenire e soprattutto per sostenerci nella lotta presente senza abbattimento per la nostra fede e per l'inconcusso attaccamento alla Vostra Augusta Persona”.  

Ma soprattutto ne fà fede il loro amore all’Eucaristia, che costituiva il centro focale della loro vita e comunione sacerdotale e mssionaria. Se non erano riusciti prima a mettere in posto sicuro o a consumare le Sacre Specie, restava il loro tormento fino a quando non venivano a sapere che erano state messe in salvo. Il Servo di Dio Don Dedë Plani in carcere non si diede pace e mandò a chiedre alla sua governante Halla Kusha: “Che fine ha fatto l’Eucaristia, lasciata nel tabenacolo?” E si acquietò soltanto quando venne a sapere che un altro sacerdote l’aveva messa al sicuro. E ancora quando il Servo di Dio Mons. Jul Bonatti si trovò a lavorare nella solitudine e nella precarietà di ogni tipo a Valona, dove era stato trasferito da Durazzo, così scrisse al Vescovo: ““Ho messo il SS. Sacramento [nella fatiscente canonica], la consolazione più grande per un sacerdote…”

L’Eucarista è la celebrazione perenne di questo “amore smisurato”, che altro non è che la celebrazione liturgica dell’intero mistero del Golgota, che ad ogni S. Messa rendiamo presene sull’altare e nel cuore del mondo.

            Carissimi sacerrdoti, io e voi, macinati come le olive nel frantonio della passione di Cristo, entriamo in questa “charitas sine modo”. L’Olio soave dell’unzione ricevuta da Cristo, tramite il nostro vescovo consacrante, ce ne renda protagonisti e intrepidi annunziatori.

Carissimi fedeli, mai come oggi, in questo giovedì santo, in cui per volontà di Cristo siamo diventati vostri sacerdoti, “voi avete gli occhi fissi su di noi”. Però voi, che credete in “Colui che ci ama... e ha fatto di noi un regno di sacerdoti per il suo Dio e Padre”, voi potete sostenerci in questo impegno di immedesimazione a Cristo. Le nostre forze,come le vostre, sono fiacche, perché sono comuni ad ogni essere mortale, e la vostra preghiera, la vostra stima e il vostro amore sono indispensabili per noi, che abbiamo la tremenda responsabilità di parlarvi di Cristo, di darvi Cristo prima di tutto con il nostro esempio.

Voi che condividete le nostre debolezze, potete capirci e potete condividere con noi il desiderio di tendere con tutte le forze a Cristo, che ci ha “costituiti” testimoni e ambasciatori “della sua opera di salvezza” e “ci ha mandati a portare il lieto annunzio ai poveri, a fasciare le piaghe dei cuori spezzati... a consolare tutti gli afflitti”.

Ecco ora noi, davanti a Dio e davanti a voi, rinnoviamo le nostre promesse fatte nel momento della nostra consacrazione sacerdotale, e con questo atto chiediamo al Sgnore che faccia riaffiorare sulle nostre mani quel Sacro Crisma con cui siamo stati unti e uniti a Cristo.

            Nello spirito di questa “charitas sine modo”, sentiamoci avvinti gli uni agli altri e da questo frantoio eucaristico della passione di Cristo saliamo anche noi verso la Gerusalemme dove, dopo la morte e la sepoltura di Cristo e nostra, affiora gloriosa la Resurrezione Pasquale. Amen.

 

† Angelo Massafra

 

 
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