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Carissimi sacerdoti, carissimi fedeli!
Questa Santa Messa, nella quale si benedicono gli Oli Sacri, è
la manifestazione della comunione che esiste tra il Vescovo e i
suoi sacerdoti. Per questo motivo, in ogni luogo del mondo,
tutti i sacerdoti della Diocesi concelebrano il Giovedì Santo al
mattino con il proprio Vescovo. Questa Santa Messa, quindi, è il
segno visibile della comunione intorno al Suo fondamento, che è
Gesù Cristo. E’ Lui, e solo Lui, la sorgente della nostra
comunione e, al tempo stesso, è da Lui che deriva la forza che
nasce da questa comunione che ci fa Chiesa. Non sono le nostre
capacità oppure i nostri meriti a generare questa comunione. Non
è la nostra autorità o la nostra disponibilità. Potremo vivere
questa comunione solo se siamo tutti uniti a Cristo e al Suo
sacrificio. Solo guardando a Gesù, e in particolare vivendo con
Lui i momenti della Passione, noi potremo scoprire perché è Lui,
e solo Lui, la sorgente di questa comunione. Solo se siamo uniti
a Lui potremo rinnovare la nostra vita e trovare la forza per
testimoniare la nostra fede.
Gesù, quando si ritirò da solo nel Getsemani per stare in più
intimo rapporto con il Padre e per condividere con lui il
dramma che stava per vivere, lasciò Pietro, Giacomo e Giovanni,
a un tiro di sasso di distanza. Noi ora non stiamo distanti da
Gesù un tiro di sasso, ma siamo accostati a lui, al suo altare.
Su questo altare inesauribilemente offre per noi al Padre in
sacrficio di soave odore il sangue della sua fronte, del suo
volto, del suo cuore, delle sue piaghe, del suo intero corpo,
anche di quello nostro che si perpetua nella storia.
Dove rimasero i tre apostoli, testimoni della sua
ora che era giunta, gli archeologi hanno individuato il sito di
un frantoio, che ci pone in stretto rapporto con quanto stiamo
fecendo noi questa mattina, trattando l’olio frutto degli ulivi
e del lavoro dell’uomo..
Senza perdere di vista la passione del Figlio di Dio, che
produsse il sangue della nostra redenzione, noi nel luogo di
questo frantoio ideale, stiamo per produrre i Sacri Oli della
salvezza.
E da questo frantoio che macina le olive, e
macinandole produce olio soave, di cui molteplici sono i
riferimenti nella sacra Scrittura, noi apprendiamo lo stile di
vita di ogni cristiano che, macinato nel frantoio della Passione
di Cristo, lubrificato, purificato e custodito dal suo Sangue,
di cui l’Olio diventa “segno”, viene a riplendere nel suo genere
di uomo perennemente redento.
E noi di questa redenzione non siamo soltanto
esperti intenditori, ma gioiosi portatori, in quanto ognuno di
noi da questi Oli Sacri è stato unto per la salvezza. Unti nel
Battesimo, per esprimere la novità di vita, che ci è toccata in
sorte, unti alla Cresima, per esprimere la consapevolezza
dell’impegno e della responsabilità che abbiamo nel mondo, unti
nell’ordinazione sacerdotale ed episcopale, perché rimanga
impessa e sempre presente nella nostra anima e nel nostro corpo
la responsabilità di guidare a Dio, al cielo, il gregge che ci è
stato affidato. E Dio ce ne faccia grazia di poter essere unti
ancora quando siamo chiamati a conformarci a Cristo sofferente
nella malattia, nell’età avanzata, in preparazione all’incontro
definito con Cristo giudice misericordioso, per “vederlo faccia
a faccia, così come egli è”.
Così rinnovati, torniamo a riprendere coscienza di
ciò che siamo e di ciò che dobbamo ritornare a diventare: nuove
creature. Così olive di Cristo noi siamo, macinati nel suo amore
per diventare olio profumato, intimamente uniti a Cristo.
A questo punto sorge una inevitabile domanda: in che
cosa consiste questa novità, a cui nel sangue di Cristo questo
frantoio trasforma noi: laici cristiani, sacerdoti, uomini e
donne consacrati e me vescovo? Nell’amore. Una parola semplice,
e tremenda nello stesso tempo.
In una chiesa, su un grande crocifisso, è stata posta una
scritta che dà il senso di questo nuovo e tipico amore cui ogni
unto di Dio deve rifarsi continuamente: “Charitas sine meodo”,
che si traduce in parole semplici come: amore smisurato, amore
senza confini.
E’ il dono che il Signore ci fa non solo ogni anno
nel mistero pasquale che celebriamo solennemente, ma in ogni
Eucaristia in cui tutto il mistero di Cristo si compie e ci
viene partecipato.
E’ in questo “amore smisurato” che ci macina e ci
trasforma questo ideale frantoio.
Per noi che viviamo in questa terra d’Albania e che abbiamo
ancora le mani intrise di sangue fresco dei nostri vescovi,
presbiteri, religiosi e laici martirizzati, non deve essere
difficile comprendere il significato di questo “amore
smisurato”, davanti a cui la rabbia dei persecutori si faceva
ancor più inferocita. Nei nostri martiri affiorò in un modo del
tutto particolare questo “amore smisurato”. E non furono due
amori, ma un amore solo, unico e assoluto: Cristo, la Chiesa, i
fedeli furono il loro unico amore che li spinse a esprimere
questo amore smisurato, senza limiti.
Dobbiamo dirlo con fierezza cristiana: siamo figli ed eredi di
questi nostri fratelli martiri. Loro non si sono fermati al
frantoio del primo giovedì santo, ma sono andati oltre, unti,
consacrati alla stessa passione di Cristo, hanno seguito il
Maestro, passo passo, e dove è andato lui, sono andati anche
loro.
Questo Olio Santo che perennemente ci ha uniti e consacrati,
dedicati completamente a Dio, e che portiamo in corpo, ci
obbliga a uno stile tipico di vita che in questa “amore
smisurato” trova senso e significato.
(La fluidità dell’olio ci dice quanto è bello e quanto è soave
che i fratelli stiano insieme in questo “amore smisurato”: “è
come olio profumato che scende sulla barba di Aronne, sulle sue
vesti”.)
A noi sacerdoti ha detto il Papa: “Noi abbiamo trovato, anzi
siamo stati trovati dall’amore del Signore e quanto più ci
lasciamo toccare da questo suo amore nella vita sacramentale,
nella vita di preghiera, nella vita del lavoro, del tempo
libero, tanto più possiamo capire che sì, ho trovato la vera
perla, tutto il resto è importante solo nella misura in cui
l’amore del Signore mi attribuisce queste cose”.
La testimonianza che ci hanno lasciato i nostri
fratelli martiti si snocciola tutta su questa strada di
comunione per i fedeli, di comunione scambievole, di comunione
con il vescovo, con il Papa e di perdono per i persecutori e gli
uccisori. Le ultime parole del giovane seminarista Mark Çuni,
prima di essere fucilato, furono:
“Perdono quanti mi hanno giudicato, condannato e coloro che
eseguiranno la sentenza”. E le espressoni degli altri non furono
diverse.
Negli scritti dei nostri martiri è presente lo
spirito di profonda comunione vissuta “in modo smisurato”, anche
in tempi difficili. Risulta chiaamente che l’anima di questa
comunione “smisurata” fu il vescovo. Ogni martire, specialmene i
sacerdoti, nei momenti buoni e meno buoni, si sono mantenuti
fortemente legati ai propri vescovi, oltre che al Papa e allo
stesso popolo. Ne fa fede l’intensa corrispondenza avuta, prima
con Mons. Lazër Mjeda, e poi con Mons. Prennushi e Mons. Frano
Gjini. Ne fà fede l’attaccamento indiscusso che hanno conservato
fino al sangue con la Sede di Pietro, Vicario di Cristo. Il
Servo di Dio Don Shtjefen Kurti così scrisse al Papa nel momento
in cui la situazione persecutoria andava facendosi sempre più
cruciale e aspra: “Beatissimo Padre, ...è unico nostro conforto il
poter versare nell'angelico cuore del Padre Comune l'amarezza di
cui è ripieno l'animo nostro cristiano e sacerdotale... esprimo
il mio dolore di amareggiare l'animo dolce di Vostra Santità con
questo desolato esposto. Prostrato ai piedi di Vostra Santità,
che bacio riverentemente, chiedo umilissimamente la Sua paterna
benedizione apostolica, ...auspice di miglior avvenire e
soprattutto per sostenerci nella lotta presente senza
abbattimento per la nostra fede e per l'inconcusso attaccamento
alla Vostra Augusta Persona”.
Ma soprattutto ne
fà fede il loro amore all’Eucaristia, che costituiva il centro
focale della loro vita e comunione sacerdotale e mssionaria. Se
non erano riusciti prima a mettere in posto sicuro o a consumare
le Sacre Specie, restava il loro tormento fino a quando non
venivano a sapere che erano state messe in salvo. Il Servo di
Dio Don Dedë Plani in carcere non si diede pace e mandò a
chiedre alla sua governante Halla Kusha: “Che fine ha fatto
l’Eucaristia, lasciata nel tabenacolo?” E si acquietò soltanto
quando venne a sapere che un altro sacerdote l’aveva messa al
sicuro. E ancora quando il Servo di Dio Mons. Jul Bonatti si
trovò a lavorare nella solitudine e nella precarietà di ogni
tipo a Valona, dove era stato trasferito da Durazzo, così
scrisse al Vescovo: ““Ho messo il SS. Sacramento [nella
fatiscente canonica], la consolazione più grande per un
sacerdote…”
L’Eucarista è la celebrazione perenne di questo “amore
smisurato”, che altro non è che la celebrazione liturgica
dell’intero mistero del Golgota, che ad ogni S. Messa rendiamo
presene sull’altare e nel cuore del mondo.
Carissimi sacerrdoti, io e voi, macinati come le
olive nel frantonio della passione di Cristo, entriamo in questa
“charitas sine modo”. L’Olio soave dell’unzione ricevuta da
Cristo, tramite il nostro vescovo consacrante, ce ne renda
protagonisti e intrepidi annunziatori.
Carissimi fedeli, mai come oggi, in questo giovedì santo, in cui
per volontà di Cristo siamo diventati vostri sacerdoti, “voi
avete gli occhi fissi su di noi”. Però voi, che credete in
“Colui che ci ama... e ha fatto di noi un regno di sacerdoti per
il suo Dio e Padre”, voi potete sostenerci in questo impegno di
immedesimazione a Cristo. Le nostre forze,come le vostre, sono
fiacche, perché sono comuni ad ogni essere mortale, e la vostra
preghiera, la vostra stima e il vostro amore sono indispensabili
per noi, che abbiamo la tremenda responsabilità di parlarvi di
Cristo, di darvi Cristo prima di tutto con il nostro esempio.
Voi che condividete le nostre debolezze, potete capirci e potete
condividere con noi il desiderio di tendere con tutte le forze a
Cristo, che ci ha “costituiti” testimoni e ambasciatori “della
sua opera di salvezza” e “ci ha mandati a portare il lieto
annunzio ai poveri, a fasciare le piaghe dei cuori spezzati... a
consolare tutti gli afflitti”.
Ecco ora noi, davanti a Dio e davanti a voi, rinnoviamo le
nostre promesse fatte nel momento della nostra consacrazione
sacerdotale, e con questo atto chiediamo al Sgnore che faccia
riaffiorare sulle nostre mani quel Sacro Crisma con cui siamo
stati unti e uniti a Cristo.
Nello spirito di questa “charitas sine modo”,
sentiamoci avvinti gli uni agli altri e da questo frantoio
eucaristico della passione di Cristo saliamo anche noi verso la
Gerusalemme dove, dopo la morte e la sepoltura di Cristo e
nostra, affiora gloriosa la Resurrezione Pasquale. Amen.
† Angelo Massafra
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