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| UNA PARROCCHIA PER L'ALBANIA | ||
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Introduzione
La parrocchia ha determinato sempre nel corso della storia della Chiesa il modo con cui realizzare la prassi pastorale dell’evangelizzazione. Questa struttura, più volte messa in discussione, è stata e lo è ancora la forma essenziale per poter essere il punto di riferimento di tutti i battezzati che, in virtù del sacramento ricevuto, sono chiamati a formare la comunità, anche nella nostra epoca post-industriale e globalizzata. “Oggi … le attività economiche non sono costrette limiti territoriali, mentre l’autorità dei governi continua ad essere soprattutto locale. Per questo, i canoni della giustizia devono essere rispettati sin dall’inizio, mentre si svolge il processo economico, e non già dopo o lateralmente. Inoltre, occorre che nel mercato si aprano spazi per attività economiche realizzate da soggetti che liberamente scelgono di informare il proprio agire a principi diversi da quelli del puro profitto, senza per ciò stesso rinunciare a produrre valore economico. Le tante espressioni di economia che traggono origine da iniziative religiose e laicali dimostrano che ciò è concretamente possibile. Nell’epoca della globalizzazione l’economia risente di modelli competitivi legati a culture tra molto diverse. I comportamenti economico-imprenditoriali che ne derivano trovano prevalentemente un punto d’incontro nel rispetto della giustizia commutativa. La vita economica ha senz’altro bisogno del contratto, per regolare i rapporti di scambio tra valori equivalenti. Ma ha altresì bisogno di leggi giuste e forme di ridistribuzione guidate dalla politica, e inoltre di opere che rechino impresso lo spirito del dono”.[1]
Una parrocchia per l’Albania
Anche nel contesto albanese la parrocchia assume un ruolo determinante per quanto riguarda l’evangelizzazione.
Un po’ di storia … Al termine della Prima Guerra Balcanica, il 28 novembre 1912, alcuni esponenti politici del paese - tra cui Ismail Qemali dhe Luigj Gurakuqi - dichiararono l'indipendenza dell'Albania dall'Impero Ottomano mentre il paese versava nel disordine civile e politico. Diversi governi si succedettero nel tentativo di sviluppare uno stato laico, indipendente e democratico. Tali tentativi furono appoggiati dalle élite intellettuali, da parte della piccola e media borghesia nazionalista urbana, da parte della nobiltà e dei rappresentanti dei ceti elevati delle famiglie albanesi nazionaliste e dalla comunità legata alla diaspora albanese in Europa e negli Stati Uniti d'America, con il supporto e l'intervento della Società delle Nazioni negli anni '20. Il processo di riforma democratica e laica fu interrotto dal colpo di stato politico-militare guidato da Ahmet Zogu, che trasformò la nazione in un regno, autonominatosi re col nome di Zog I. Nel periodo 1924-1943 si svilupparono intensi rapporti bilaterali economici tra Italia e Albania. Il regime monarchico fu rovesciato nel 1939, quando l'Albania fu occupata dall'esercito italiano. Mussolini, infatti, sentiva il bisogno di controbilanciare le azioni dell'alleato tedesco che nel marzo del '39 aveva occupato Praga. Vi erano inoltre supposte collaborazioni tra Re Zog e i governi anglofrancesi, le odiate nazioni che avevano provocato la "vittoria mutilata" dell'Italia nella Grande Guerra. Infine, già alcune zone della costa iugoslava si trovavano sotto il controllo di Roma, e pure la Grecia si apprestava ad essere coinvolta nelle mire espansionistiche fasciste. Con un'invasione-lampo, il 7 aprile '39 l'esercito italiano disarmò la debole resistenza albanese quasi senza colpo ferire. Re Zog riparò subito in Grecia. Il 16 aprile, l'Albania venne accorpata al territorio metropolitano italiano e Vittorio Emanuele III venne proclamato Imperatore d'Etiopia e d'Albania. Nel novembre del 1940, dopo il disastroso attacco italiano alla Grecia (vedi Campagna italiana di Grecia), un terzo del territorio albanese finì nella mani dei greci. Alcuni battaglioni scaglionati nelle divisioni "Venezia" e "Giulia" vennero liquidati dai greci in quanto usati come scudi per proteggere la ritirata italiana. Il colonnello Pervizi (rappresentante del comando albanese) decise allora di sottrarre la brigata "Tomorri" al rischio di una seconda strage, abbandonando a sorpresa il campo di battaglia. Badoglio parlò di "tradimento degli albanesi" e decise il ritiro del loro esercito. La situazione si stabilizzò con l'aiuto dei tedeschi, che però - dopo la firma dell'armistizio con gli angloamericani da parte del governo Badoglio (8 settembre 1943), invasero l'Albania. Si formò così un movimento composto da gruppi nazionalisti e di resistenza partigiana (formato principalmente dai componenti dal partito nazional-comunista guidato da Enver Hoxha). Ci fu anche il contributo degli ex militari italiani che formarono la formazione partigiana Brigata Gramsci (Albania). La resistenza antinazista riuscì a prendere il controllo del paese nel 1944. I nazionalisti e i patrioti antifascisti albanesi si organizzarono nella Lufta Antifashiste Nazional Çlirimtare. L'Albania è il solo paese europeo in cui tutti gli Ebrei sono stati salvati durante la seconda guerra mondiale. Nel corso del conflitto, infatti, il numero degli Ebrei è aumentato; molti vi emigrarono per salvarsi dalle legge razziali. Se prima della II Guerra Mondiale vivevano in Albania circa 200 ebrei, alla fine della guerra gli ebrei sopravvissuti erano circa 2000. Solo una famiglia ebrea è stata uccisa, non perché ebrea, quanto piuttosto perché collaborava con i partigiani. La popolazione albanese e le stesse autorità albanesi rifiutavano di consegnare gli Ebrei durante gli anni dell'occupazione fascista e nazista. Al contrario, li nascondevano, travestivano, gli procuravano documenti falsi per salvarne la vita[7]. Dal 1946 al 1990 l'Albania fu uno stato nazional-comunista estremamente isolazionista, stalinista e anti-revisionista, che dedicò poche energie alla cooperazione politica anche con gli altri stati comunisti del Patto di Varsavia dominato dall'Unione Sovietica in quanto quest'ultima, con l'ascesa al potere di Nikita Kruscev aveva assunto una forte opposizione al culto della personalità di Stalin, dopo la pubblicazione del rapporto "Sul culto della personalità e le sue conseguenze". Il regime di Enver Hoxha, terminò con la sua morte nel 1985. Poco tempo dopo, in seguito alla caduta del Muro di Berlino, si ebbe un movimento di rivolta, guidato dagli studenti e dai professori universitari di Tirana, da intellettuali moderati e da tecnici delle fabbriche, che portò alla rinascita della democrazia e al ripristino del multi-partitismo. Il Paese soffriva però di molti problemi legati al limitatissimo sviluppo socio-economico. Furono decine di migliaia gli Albanesi, in questi anni, che decisero di partire alla volta dell'Italia e si riversarono via mare sulle coste della Puglia, in particolare nel litorale tra Brindisi e Ostuni. La prima riforma legislativa riguardò la nuova Costituzione e il revisionismo del sistema politico in un' economia di transizione; in particolare la gestione statale dei beni venne sostituito dal diritto alla proprietà privata. Successivamente venne intrapresa la lunga strada verso l'adeguamento ai programmi europei del Patto di stabilità e crescita secondo il protocollo del Trattato di Maastricht. Inoltre, il 4 aprile 2009 il Paese è divenuto membro della NATO.
Uscito da una situazione dittatoriale e soprattutto atea in cui nessuna religione ha avuto l’opportunità di esprimere il proprio culto, il popolo albanese si è trovato di fronte a scelte affrettate che negli ultimi quindici anni hanno condotto il paese delle aquile a compiere scelte che non sempre sono state al passo con i tempi, ma che hanno spesso espresso un’impreparazione di fondo. Ciò non può considerarsi un handicap, ma piuttosto un vero e proprio invito a procedere, anche se a volte a piccoli passi, per ricollegare l’intera Albania in una situazione più consona al panorama politico-sociale a livello mondiale. L’evangelizzazione risente di questo contesto, ma purtroppo non si è dato troppo peso a questa visione ecclesiologica, visto che tutto è stato concentrato su un’azione pastorale pragmatica e caritativa. Spesso la si è confusa con una sorta di proselitismo e con una prassi pastorale da attuare attraverso forme di sacramentalizzazione e non di itinerari di fede aventi come fine la formazione della comunità cristiana. Spesso, infatti, la Chiesa cattolica è stata confusa con una sorta di toccasana (con l’obbligo quasi morale) per risolvere gli innumerevoli problemi che l’Albania è stata costretta ed è costretta ancora oggi ad affrontare. La parrocchia, di conseguenza, o è precipitata in una sorta di agenzia della carità o in una fabbrica di sacramenti dove poter o dover trovare qualcosa riguardante il Vangelo. Di qui nasce la necessità di pensare la parrocchia per l’Albania con elementi specifici che trovano le basi nella cultura dei paesi europei tradizionalmente cattolici, ma che abbia le caratteristiche di quella cultura orientale che non può essere trascurata. Una parrocchia che integri nello stesso tempo sia una prassi pastorale finalizzata al conferimento dei sacramenti, sia ad una prassi che non dimentichi un’integrazione della stessa con il territorio così diversificato qual è quello albanese.
Cos’è la parrocchia ?
Per rispondere all’interrogativo sul significato del termine parrocchia è necessario che si superino subito i problemi relativi alla nomenclatura, in quanto non c’è convergenza sul significato etimologico del greco paroikia. “C’è chi lo fa derivare dal greco para-oikeo = vicino alla casa per cui indicherebbe colui che non è cittadino, lo straniero residente tra i cittadini del luogo. In questo senso la parola sarebbe stata usata dalla Bibbia: Abramo è paroikos in Egitto; i figli di Giacobbe formano in Egitto una paroikia. Al tempo di Gesù gli ebrei hanno ancora coscienza di formare una paroikia, cioè una comunità di stranieri in cammino. Nel NT rimane questo significato di paroikos, paroikia: “Noi non abbiamo quaggiù una città nella quale resteremo per sempre; noi cerchiamo la città che deve venire ancora” (Eb 13,14). Le prime comunità cristiane, sapendo che il cielo è la patria definitiva, si consideravano paroikioi, pellegrini: “Carissimi, voi siete come stranieri e pellegrini in questo mondo” (1 Pt 2,11)”.[2] Dall’accezione di questo significato per parrocchia è da intendersi una realtà separata e diversa dalle altre realtà sociali poiché non si identifica con il mondo ed è diversa da esso. Ugualmente quando si parla di parrocchia, attribuendo allo stesso termine greco il significato di casa fra le case o, in senso teologico, di una periferica espressione della Chiesa locale, il concetto non si discosta per nulla. Infatti si parla della parrocchia come di una realtà separata dalle altre, sia a livello strutturale sia a livello umano. Possiamo affermare che la parrocchia è una comunità formata da sacerdoti, laici, religiosi/e, chiamati ad annunziare il Vangelo, in virtù del battesimo ricevuto e dell’ordine sacro.[3] Essa è una comunità di fedeli in cammino con il Vangelo, con le ginocchia piegate in adorazione, con i piedi incalliti dai percorsi da intraprendere e che quotidianamente annovera sconfitte e piccoli risultati, ma giammai staccata dalle vicende umane di cui è parte integrante, che fa sue e le vive visceralmente. Il suo compito prioritario è quello di plasmare in comunità i singoli battezzati per formare un unico popolo di credenti. Non si può accettare l’idea di parrocchia come semplice istituzione, ma essa è una comunità/fraternità per l’annuncio e la realizzazione del Vangelo. La parrocchia non è un gruppo. La parrocchia non è un movimento. La parrocchia non è una parte di un qualcosa. “La parrocchia … è voluta dalla Chiesa come istituzione di base nel senso che in un tempo e in un luogo determinati, la Chiesa (una comunità cristiana) mostra il suo volto accogliente verso tutti gli uomini e offre ad essi i mezzi essenziali per la salvezza”.[4]
La parrocchia non è … ma è …
Poiché stiamo cercando di dimostrare come è necessario il superamento programmatico dell’attuale situazione della parrocchia, dobbiamo a chiare lettere affermare che questa non è solo il luogo di educazione alla fede per bambini e ragazzi[5]; né un luogo di aggregazione sociale o politica; né il luogo che risponde alle sfide della globalizzazione della società postmoderna in cui viviamo. Non è compito della parrocchia-comunità preparare operatori pastorali, quanto di formare cristiani adulti attraverso un itinerario comunitario che, usando il linguaggio del mondo, siano in grado di dare risposte agli interrogativi umani. Il problema, infatti, non sta nell’organizzazione strutturale della parrocchia con caratteristiche diverse da quella attuale, come molti intendono, ma nella proposta di una parrocchia che si proietti nella logica della nuova evangelizzazione. L’interrogativo a cui siamo chiamati a rispondere, dunque, è: la parrocchia è pronta all’evangelizzazione?[6] Può collocarsi nella logica di una Chiesa in stato di missione o ha già consegnato le pratiche di dimissioni?
La parrocchia: un problema ?
La parrocchia non è più l’unica fontana a cui abbeverarsi per attingere il sostentamento di un cammino di fede, anche per tanti fedeli battezzati. Non solo ha dovuto confrontarsi con la nuova dimensione ecclesiologica conciliare,[7] ma anche con l’avvento dei movimenti ecclesiali, nati dall’esigenza di vivere la vita di fede[8] in maniera alternativa alla parrocchia e con le tante associazioni laiche esistenti sul territorio. La stessa parrocchia, non ritrovandosi più in un contesto culturale cristiano, in cui è sempre stata, ma in quello di minoranza, ha dovuto necessariamente cercare nuove vie di dialogo, a cominciare dal tralasciare quel cultualismo che aveva caratterizzato gran parte del suo iter storico. Non si possono considerare di secondaria importanza né l’avvenuto crollo delle ideologie, né il decrescente numero dei sacerdoti. Il crollo delle ideologie ha indotto le masse a non credere più nelle istituzioni. La parrocchia, essendo la naturale propaggine ecclesiale della “Chiesa-madre”, ne è stata consequenzialmente una vittima illustre, tanto che molti bravi cristiani hanno finito per aderire a movimenti di stampo antropologico. La diminuzione del numero dei sacerdoti ha creato disagio in tanti credenti di stampo tradizionale e non, in quanto nella maggior parte dei casi non era ancora scattata l’idea di una parrocchia come casa di tutti e non dei soli presbiteri. Tanti battezzati erano abituati ad essere guidati dai loro rispettivi preti, piuttosto che diventare protagonisti della testimonianza cristiana. Personalmente ritengo che entrambi siano due grossi segni dei tempi: il primo perché ha portato a mettere in discussione l’istituzione parrocchia; il secondo perché ha provocato il senso della Chiesa-comunità di laici e presbiteri, chiamati ad annunziare insieme il Vangelo. L’azione evangelizzatrice di questo primo decennio del terzo millennio, inoltre, ha condotto a rivedere la prassi consolidata dell’iniziazione cristiana (limitata a fanciulli e ragazzi), per rimarcare il binomio comunità-evangelizzazione. “L’opera di evangelizzazione è animata da vera speranza cristiana quando si apre agli orizzonti universali, che portano a offrire a tutti gratuitamente quanto, a propria volta, si è ricevuto in dono. La missione ad gentes diventa così espressione di una Chiesa plasmata dal Vangelo della speranza, che continuamente si rinnova e si ringiovanisce”. [9] Inoltre non si può sottovalutare il fenomeno della scristianizzazione che si allarga metasticamente. La “solida famiglia italiana” sta lasciando posto a situazioni quali la convivenza e l’aumento dei divorzi. Essa non sembra essere più il punto di consolidamento della proposta evangelica, né la prima scuola dell’educazione religiosa. “E’ accaduto come una sorta di collasso spirituale di caduta a picco della in-tensione spirituale dell’uomo. … Mi limito a richiamare brevemente tre elementi, perché mi sembrano particolarmente significativi. Il primo è costituito dal prevalere dell’impersonale sul personale. Intendo parlare di quella progressiva riduzione della persona alla sua funzione, della progressiva ed implacabile burocratizzazione della vita associata. Il secondo è costituito dalla riduzione dell’amore all’eros e quindi la riduzione del diritto, inteso come facoltà morale, al desiderio: ciò che desidero è mio diritto averlo. Il terzo è costituito dalla necessità di eliminare l’imprevedibile, il novum, sottomettendoci al previsto e al calcolo”.[10] Nasce per questo l’esigenza di rivedere la prassi dell’evangelizzazione della parrocchia e soprattutto individuare cosa dover fare per dare vigore a questa struttura tanto importante per la nostra comunità cristiana.
Quale parrocchia per l’Albania?
Di qui nasce la necessità di determinare le caratteristiche specifiche della parrocchia albanese. Essa dev’essere con tre caratteristiche fondamentali:
Infatti se partiamo dall’idea che è possibile formare la comunità cristiana così come lo è stato agli inizi della storia cristiana, ancora di più dobbiamo essere certi che l’Albania è in grado di rivalutare il ruolo e il compito della parrocchia al punto che essa possa diventare una vera comunità cristiana.
a) I modelli delle prime comunità cristiane.
Il libro degli Atti degli Apostoli intende offrire soprattutto una testimonianza della vita della Chiesa primitiva. Prendiamo perciò a modello di confronto, per mostrare come la parrocchia può diventare una comunità, i tre sommari che hanno da sempre segnato le scelte nel corso della storia della Chiesa: 1. At 2, 42-47 2. At 4, 32-35 3. At 5, 12-16.
I sommari degli Atti degli Apostoli, infatti, sono brevi descrizioni che, senza narrare un episodio particolare, presentano dei tratti costanti e tipici della situazione della comunità. In realtà, questi sommari sono delle vere e proprie indicazioni per avvenimenti a cui la comunità è chiamata a dare delle risposte. Questo vale anche per i tanti interrogativi posti alle singole comunità parrocchiali. I tre sommari, che sono il vero fondamento biblico per indicare cosa sia una comunità cristiana, diventano il punto di riferimento per delineare il ruolo della comunità parrocchiale nella realtà contemporanea e possono essere sintetizzati in queste tematiche: ascolto della Parola, catechesi, celebrazione liturgica e condivisione fraterna, comunione dei beni come era e come oggi dovrebbe essere attuata, l’attività pastorale nei confronti degli ammalati e l’azione evangelizzatrice degli apostoli qual era e come oggi potremo realizzarla. Appaiono così degli elementi comuni come: la tendenza a riunirsi per fare Chiesa, l’assiduità e l’unanimità nella preghiera, l’impegno nell’opera di evangelizzazione e d’istruzione, la testimonianza (fino all’effusione del sangue) da parte degli apostoli, la continuità nell’annuncio del kerygma (del Cristo morto e risorto). Luca presenta questi episodi, inquadrandoli nel contesto della comunità nascente dopo l’Ascensione. Si trovano tutti insieme riuniti, assidui e concordi nella preghiera.[11] Si tratta di una comunità che non si riunisce insieme per la prima volta, poiché già prima di Pasqua i Dodici, i discepoli e alcune donne avevano fatto l’esperienza comunitaria. Una comunità che vive la continuità con il passato e la novità della Pasqua. “La chiesa quale emerge dagli Atti si può descrivere come la convocazione degli uomini attorno a Gesù Cristo risorto. … L’elemento comune e qualificante di questa comunità è la libertà: i liberati dalla paura e dalla morte sono convocati dallo Spirito per formare l’assemblea cristiana”.[12] Inoltre l’evangelista ribadisce che questa comunità è chiamata a realizzare concretamente il messaggio di Gesù Cristo attraverso l’esperienza di amore verso i poveri. “Risulta semplicemente coerente che Luca, consideri la comunione dei beni della comunità primitiva come segno del fatto che la comunità dei credenti era un cuore e un’anima sola. Per Luca questo atteggiamento di fronte alla ricchezza e povertà e alla comunione dei beni della chiesa a favore dei poveri, non è un ideale, ma la condizione della chiesa al suo tempo”.[13] Con il termine “koinonia” che Luca usa esclusivamente in questo caso, (non lo usa nel Vangelo a differenza di Giovanni che lo usa tre volte nella sua prima lettera e di Paolo quattordici volte nelle sue lettere), si intende esprimere complessivamente il senso della comunione a cui tutta la comunità è chiamata. Una comunione di tutti con gli apostoli, ma anche una comunione di beni realizzata attraverso l’Eucarestia e l’attenzione ai poveri.[14] Inoltre potremmo chiaramente individuare tre grossi elementi che caratterizzano la comunità come: orante, poiché da questi sommari appaiono i tratti di una preghiera di lode e di supplica; fraterna, tanto da scambiarsi l’appellativo di fratelli[15] poiché si sentono compartecipi dello stesso itinerario di fede: la fede in Cristo Messia e Signore[16] e la consolante certezza di possedere lo spirito di Gesù,[17] che è spirito di figliolanza verso il Padre e spirito di fraternità verso il Figlio; cristiana, poiché raccolta nel ricordo di Cristo alla presenza della madre di Gesù. A questo punto possiamo definire quella che Luca descrive come una comunità che tentava di vivere, secondo gli insegnamenti del Maestro, sia la comunione interiore (erano un cuor solo e un’anima sola) sia la comunione esteriore (comunione dei beni). Luca non intende mostrarci il progetto di una comunità omogenea in cui tutti sono invitati a pensare o agire nella stessa maniera, ma una comunità protesa all’accoglienza anche di coloro che si avvicinavano alla fede. Tra le caratteristiche c’è proprio quella della eterogeneità, in quanto la comunità della Chiesa nascente aveva come obiettivo l’universalità della fede e il radunare tutte le genti nel nome di Cristo.
b) Dalle prime comunità cristiane … ai nostri giorni.
Tutta l’esperienza di queste comunità cristiane diventa chiaramente un modello anche per le parrocchie. L’interrogativo appare scontato: possono le parrocchie così come sono oggi strutturate, diventare comunità, sulla falsariga di quelle degli Atti? E’ importante dimostrare che, come avveniva nella chiesa nascente, al di là dei vincoli di sangue e parentela si può essere fratelli e sorelle semplicemente perché si è figli e figlie dello stesso Padre. Infatti la parrocchia-comunità è una comunità orante quando lascia convergere tutti nell’Eucarestia, senza far differenza di persone e si ritrova insieme nella preghiera, soprattutto celebrando la “liturgia delle Ore”; è una comunità di fratelli quando si proietta nell’attenzione di coloro che vivono le difficoltà morali e sociali; è una comunità cristiana quando s’impegna a vivere fraternamente nell’amore attraverso esperienze settimanali, mensili o quotidiane di confronto catechetico-biblico e di una continua revisione di vita. Se fallisce questa testimonianza di fraternità, nessun tipo di messaggio potrà raggiungere gli interlocutori e nessuna strategia pastorale potrà essere efficace. Contro l’ideologia individualistica della competitività in cui viviamo, l’azione pastorale ha un senso solo nella collaborazione fraterna.[18] Lo ricorda anche san Paolo,[19] specificando che le membra del corpo che sono più deboli, sono le più necessarie e che le varie membra devono avere cura le une delle altre. La parrocchia diventa comunità soprattutto vivendo e organizzandosi in funzione di aiuto fatto a tutti e, in maniera speciale, nei confronti dei più poveri. Si tratta di una parrocchia-comunità in netto contrasto con l’economia neoliberale dei nostri giorni, che stritola i più deboli a vantaggio dei più forti. Paolo stesso ribadisce questo concetto anche nella seconda lettera ai Corinzi, quando chiede che la comunità dell’Acaia contribuisca a creare un ponte con la “povera” comunità di Gerusalemme. L’apostolo non usa la parola colletta, ma quella di diakonia (2 Cor 8,4). Siamo quindi nella logica di una comunità ministeriale. L'esperienza parrocchiale per diventare comunitaria, necessita continuamente di una verifica, affinché l'annuncio del Vangelo non sia travisato o limitato alla sfera esclusivamente individuale, ma s’inserisca nella prospettiva pastorale della nuova evangelizzazione. L'espressione biblica che delinea il passaggio da una parrocchia stereotipata sulle forme di evangelizzazione di stampo tradizionalistico o esclusivamente ripetitivo, alle iniziative da svolgersi, potremmo ritrovarla ancora nella seconda lettera di Paolo ai Corinti (8,9). Nell'affermazione da ricco che era, riferita a Gesù, Paolo sottolinea che la scelta cristiana non dipende solo da atteggiamenti emotivi di una religiosità naturale. Gesù, spogliandosi volontariamente della sua gloria divina, ha inteso qualificare la nostra umanità, iniziando da questa rinuncia. La motivazione che spinge l'apostolo a scrivere questa lettera è quella di rimediare agli abusi e ai disordini, riscontrati nelle comunità dell'Acaia. Gli avversari di Paolo si consideravano superuomini o addirittura uomini celesti, capaci di trasformare tutti gli altri in superuomini come loro. Sembra che concepissero il Cristo come il prototipo supremo dell'uomo celeste, disprezzandone conseguenzialmente la sua umanità. Non attribuivano alcuna importanza alle sue sofferenze o al suo sacrificio. Paolo contrappone il Signore Gesù alla loro autosufficienza e indica l'esperienza dello spogliamento della divinità come veicolo per un'azione missionaria da perseguire: un'azione al tempo stesso evangelizzatrice e missionaria a largo raggio. E' necessaria una svolta attraverso un reale e concreto cammino di fede comunitario, che tracimi in un continuo confronto sia all'interno della stessa vita parrocchiale, sia con il territorio e permetta di proseguire nella direzione di una Chiesa dalle porte aperte più libera e più povera, che si proietti in un'evangelizzazione capillare sia verso i giovani e gli adulti che frequentano abitualmente le iniziative proposte, sia verso i cosiddetti lontani. Infatti la prima specifica vocazione che la parrocchia è chiamata a realizzare è proprio quella della comunità,[20] in virtù dello stesso Gesù che in essa, attraverso il dono dello Spirito, si rende presente.[21] Non possiamo sottovalutare che "la realizzazione della comunità, che è dono di Dio, impegna i credenti in una vita di amore scambievole, cioè in un'esistenza che parte e si costruisce secondo il comandamento nuovo e che porta alla piena comunione tra i membri così da farne un cuore solo e un'anima sola attorno al maestro”[22]. “La parrocchia è chiamata ad offrire spazi di accoglienza a tutti: praticanti e non praticanti, famiglie regolari e convivenze irregolari, cristiani e non cristiani, credenti e non credenti. … Bisogna sviluppare una pastorale di convocazione, che sappia creare occasioni di incontro, di dialogo, di formazione per tutti. La parrocchia sia casa di significativi rapporti umani per ragazzi, giovani, famiglie, anziani”.[23] Non deve scandalizzarci l'idea che in questa casa venga fuori il progetto di quella tanto auspicata nuova evangelizzazione[24]. La parrocchia di tutti non ha prerogative assolute, vive in stretto rapporto anche con i non-credenti, gli atei, i lontani, e si sforza giorno per giorno di progettare per tutti l'annuncio di quel kerigma tanto caro alla Chiesa antica[25].
c) I tratti della parrocchia-comunità
Ma qual è la missione della parrocchia-comunità nella nostra società per cercare i battezzati e i non battezzati ? Quali sono i pericoli a cui va incontro la parrocchia autoreferenziata o la parrocchia centro di servizi ? Oggi non funziona più né la parrocchia che accomoda le situazioni o che concede i sacramenti con facilità, non creando mai iniziative di socializzazione e trincerandosi dietro la mancanza di strutture e né la parrocchia che funziona da settembre a giugno (in orari prestabiliti), per la semplice lezione catechistica. E’ necessario che la Chiesa sia vicina alla gente e che ogni persona sia accolta e guidata alla riscoperta del Vangelo. Si pensi ai divorziati in crescente aumento, alle coppie dei risposati; agli indifferenti, soprattutto agli uomini poco inclini all’accoglienza e al confronto con il Vangelo; ai giovani facili prede degli “amici” televisivi. Sono necessarie iniziative catechetiche nei confronti soprattutto di queste persone che, sebbene cristiane, vivono ai margini della comunità parrocchiale, sia essa autoreferenziata o centro di servizi. Sono necessarie proposte di pro-vocazione, attraverso testimonianze di chi quotidianamente vive accanto a chi soffre o a chi vive il disagio economico. Si potrebbe pensare a momenti di preghiera con tutti i credenti in Dio, per aprire il dialogo e il confronto con i musulmani o ad una sorta di cattedra dei non credenti, per confrontarsi e lasciar spazio a chi in Chiesa non entra da anni. E’ necessario avere il coraggio di pro-vocare rischiando per una “Chiesa sempre nuova”, impegnandosi per l’integrazione interculturale, lottando perché tutti abbiano da mangiare, combattendo lo sfruttamento dei minori, combattendo il fanatismo e il devozionismo religioso, denunziando apertamente chi non permette che si professi il proprio credo. La Chiesa “sempre nuova”, guidata dalla schiettezza, deve far emergere l’amore e ogni giorno realizzare sempre un mondo di relazioni, in cui tutti s’incontrino ed abbiano il diritto di pensare, credere e parlare.
d) Le caratteristiche tipiche per l’Albania
La prima caratteristica dev’essere necessariamente quella dell’evangelizzazione. Un’evangelizzazione che si basi essenzialmente sulla formazione biblica e su quella dei documenti conciliari. Senza questi due capisaldi l’evangelizzazione sarebbe una sorta d’ideologia passista dell’emarginato Gesù che sarebbe finito sulla croce per una sorta di azione vendicativa farisaica e una sorta di accusa di sovversione romana. L’evangelizzazione dev’essere condotta attraverso un confronto con i problemi e le situazioni che si verificano, tanto da discernere il come e il dove annunziare il vangelo. Assistendo ad un’evoluzione spesso dovuta ad un arricchimento proveniente dai paesi industrializzati d’immigrazione europea, la popolazione albanese appare divisa in tre grossi blocchi: - gli arricchiti che si allontanano dalla fede (anche se in Occidente è stata per loro un punto di riferimento; - i nuovi cittadini che sono scesi dalle montagne e si sono insediati nelle città con prospettive di miglioramento economico e che vedono la parrocchia come un punto di riferimento, ma non sempre finalizzata alla conoscenza di Cristo e del Vangelo; - le famiglie delle montagne (faremmo meglio a parlare di clan) che spesso nelle loro povertà si accorgono delle necessità di una fede a cui aggrapparsi. Di qui l’urgenza di un’evangelizzazione capillare e diversificata per le parrocchie con caratteristiche diverse per le città e per la montagna.
La seconda caratteristica è quella missionaria. Infatti non è pensabile una parrocchia che non abbia la voglia di inserirsi in quelli ambienti in cui appare assente. La missione non è proselitismo, ma è la forma essenziale per esprimere i contenuti della fede. Ambienti privilegiati devono essere la scuola e la creazione di una sorta di organizzazioni cattoliche in ambito sociale e lavorativo in grado di trovare modi e situazioni in cui proporre il Vangelo. Tutto ciò non può e non dev’essere ad appannaggio di uno stretto nucleo di persone, ma della comunità chiamata a proiettarsi in una visione globale e non limitata dell’annuncio.
La terza caratteristica è quella ecumenica e interreligiosa Si dice che l’Albania è un vero laboratorio di convivenza religiosa. Il dialogo già esistente tra cattolici ed ortodossi e quello con l’Islam dev’essere intensificato. Così invita a vivere l’ecumenismo lo stesso Concilio Vaticano II “I fedeli cattolici nell'azione ecumenica si mostreranno senza esitazione pieni di sollecitudine per i loro fratelli separati, pregando per loro, parlando con loro delle cose della Chiesa, facendo i primi passi verso di loro. E innanzi tutto devono essi stessi con sincerità e diligenza considerare ciò che deve essere rinnovato e realizzato nella stessa famiglia cattolica, affinché la sua vita renda una testimonianza più fedele e più chiara della dottrina e delle istituzioni tramandate da Cristo per mezzo degli apostoli. Infatti, benché la Chiesa cattolica sia stata arricchita di tutta la verità rivelata da Dio e di tutti i mezzi della grazia, tuttavia i suoi membri non se ne servono per vivere con tutto il dovuto fervore. Ne risulta che il volto della Chiesa rifulge meno davanti ai fratelli da noi separati e al mondo intero, e la crescita del regno di Dio ne è ritardata. Perciò tutti i cattolici devono tendere alla perfezione cristiana (20) e sforzarsi, ognuno secondo la sua condizione, perché la Chiesa, portando nel suo corpo l'umiltà e la mortificazione di Gesù (21), vada di giorno in giorno purificandosi e rinnovandosi, fino a che Cristo se la faccia comparire innanzi risplendente di gloria, senza macchia né ruga (22). Nella Chiesa tutti, secondo il compito assegnato ad ognuno sia nelle varie forme della vita spirituale e della disciplina, sia nella diversità dei riti liturgici, anzi, anche nella elaborazione teologica della verità rivelata, pur custodendo l'unità nelle cose necessarie, serbino la debita libertà; in ogni cosa poi pratichino la carità. Poiché agendo così manifesteranno ogni giorno meglio la vera cattolicità e insieme l'apostolicità della Chiesa. D'altra parte è necessario che i cattolici con gioia riconoscano e stimino i valori veramente cristiani, promananti dal comune patrimonio, che si trovano presso i fratelli da noi separati. Riconoscere le ricchezze di Cristo e le opere virtuose nella vita degli altri, i quali rendono testimonianza a Cristo talora sino all'effusione del sangue, è cosa giusta e salutare: perché Dio è sempre mirabile e deve essere ammirato nelle sue opere. Né si deve dimenticare che quanto dalla grazia dello Spirito Santo viene compiuto nei fratelli separati, può pure contribuire alla nostra edificazione. Tutto ciò che è veramente cristiano, non è mai contrario ai beni della fede ad esso collegati, anzi può sempre far sì che lo stesso mistero di Cristo e della Chiesa sia raggiunto più perfettamente. Tuttavia le divisioni dei cristiani impediscono che la Chiesa realizzi la pienezza della cattolicità a lei propria in quei figli che le sono certo uniti col battesimo, ma sono separati dalla sua piena comunione. Inoltre le diventa più difficile esprimere sotto ogni aspetto la pienezza della cattolicità nella realtà della vita. Questo santo Concilio costata con gioia che la partecipazione dei fedeli all'azione ecumenica cresce ogni giorno, e la raccomanda ai vescovi d'ogni parte della terra, perché sia promossa solertemente e sia da loro diretta con prudenza. La cura di ristabilire l'unione riguarda tutta la Chiesa, sia i fedeli che i pastori, e tocca ognuno secondo le proprie possibilità, tanto nella vita cristiana di ogni giorno quanto negli studi teologici e storici. Tale cura manifesta già in qualche modo il legame fraterno che esiste fra tutti i cristiani e conduce alla piena e perfetta unità, conforme al disegno della bontà di Dio”.[26] E’ necessario che la parrocchia albanese abbia momenti particolari di dialogo ecumenico e di confronto teologico nel rispetto delle diverse fedi e confessioni religiose non miranti al proselitismo,[27] ma all’edificazione di una società di pace e di giustizia nello spirito di Assisi voluto da Giovanni Paolo II. [28]
Le forme realizzative
Le forme realizzative di una parrocchia “dal cuore e dallo spirito albanese” devono necessariamente essere la catechesi, la liturgia e la carità, vissute con una progettualità unitaria e che abbiano come fine la formazione e la realizzazione di una comunità cristiana.
a) La catechesi Essa dev’essere svolta soprattutto da adulti e giovani e non solo da chi chiede di ricevere i sacramenti dell’iniziazione cristiana. Deve avere una cadenza settimanale e non dev’essere una sorta di conferenza da parte di chi la conduce. La chiesa diventa comunità quando insieme si percorre, attraverso l’ascolto e il discernimento, un cammino di fede e di amore. Infatti deve assumere una forma esperenziale e un continuo confronto con la Sacra scrittura e con i fondamenti teologici della fede. I documenti conciliari, inoltre, devono essere meditati e rivisitati continuamente senza aver mai la pretesa di averli già proposti.
b) La liturgia La liturgia dev’essere modellata con segni diversi durante tutto l’anno liturgico. Infatti “la liturgia si presenta sempre come l’attualizzazione del mistero pasquale di Cristo, cioè della sua beata passione, risurrezione dai morti e gloriosa ascensione, mistero col quale morendo ha distrutto la nostra morte, risorgendo ha ridonato a noi la vita (SC 5). … Al cuore di ogni rito liturgico si trova il mistero pasquale di Cristo, riproposto nella sua unità indissolubile, che la teologia aveva spezzato con la sua metodologia analitica e che la liturgia non riusciva a far emergere. Il ricupero di questo nucleo centrale ed essenziale della fede e della vita cristiana dona alla liturgia, che lo ripresenta nella memoria sacramentale, un dinamismo interiore perché la nostra partecipazione per una sempre maggiore comunione con Dio in conformità a Cristo postula chiara adesione di fede”.[29] E’ compito proprio della parrocchia proiettarsi nel mistero pasquale di Cristo dove la chiesa appare unita e stretta intorno all’Eucarestia. E’ intorno all’altare che si diventa comunità. Per questo la comunità parrocchiale, formata dai bambini, dai ragazzi, dagli adulti, dagli ammalati che non posso partecipare all’Eucarestia devono necessariamente pregare insieme senza la pretesa di fare gruppo a sé. Inoltre sono chiamati a superare, proprio a partire dalla liturgia, quello spirito devozionistico su cui alcune comunità tendono a scivolare. La parrocchia non propone le liturgie, ma viva la liturgia in prospettiva di realizzazione pratica del Vangelo.
c) La carità
Tutta la Chiesa è sempre chiamata ad essere in missione. La stessa missione non può intendersi come un atto singolo di qualcuno. Infatti la missione richiede quella carità che è alla base dell’agire in una prospettiva di cammini svolti dall’intera comunità che trova fondamento nel Vaticano II.
“Se nella Gaudium et Spes la chiesa rinuncia al suo isolamento e alla politica di difesa ad oltranza di fronte al mondo moderno, nella Lumen Gentium la chiesa rinuncia alla rigidità delle strutture e delle definizioni ecclesiologiche. … La chiesa vuol essere segno di presenza, invito al dialogo e mezzo per raggiungere questi scopi nella grave e complessa crisi del nostro tempo, … armonizzando continuità, apertura, tradizione, spontaneità e rinnovamento. … Ed è in questo modo che potrà fare da agente catalizzatore dell’uomo post-moderno nella scoperta della dimensione spirituale sua e della società”[30].
L’espressone “vangelo della carità” ci offre l’opportunità di capire che la vera carità sta nella lieta notizia dell’amore di Dio per l’umanità e i singoli fratelli sono chiamati a fare nei confronti dei loro simili[31]. Per questo è necessario che anche la pastorale comunitaria della vita parrocchiale poggi in maniera forte sulla carità, non da intendersi come una sorta di fare, ma al contrario come un’azione frutto di una evangelizzazione celebrata nella storia[32]. Non possiamo dimenticare che al centro dell’annuncio di una comunità parrocchiale, come anche della sua celebrazione e della sua espressione d’amore deve esserci la croce. Essa “scandalo e follia”[33] per i non credenti di tutte le epoche storiche, diventa per la comunità cristiana parrocchiale espressione dell’amore misericordioso e onnipotente.
“Per Paolo, Dio è il Dio di tutti, ma soprattutto è il Dio del Crocifisso e dei crocefissi della storia. Dio infatti ha fatto una scelta di campo, solidarizzando con Gesù, schiavo sovversivo, crocifisso a Gerusalemme, facendolo risorgere dai morti. Quel Messia crocifisso è il simbolo di un popolo crocifisso e di tutti coloro che hanno subito una morte ingiusta. … Tuttavia, con la grazia di Dio, uomini e donne continuano a vivere nella forza della risurrezione, anche nel regno della morte, nascosti nello splendore dell’attuale impero mondiale e a sfidare le altisonanti minacce di morte, confidando in un Dio che dà la vita ai morti”[34].
Ne consegue che la carità è nella natura della comunità cristiana parrocchiale, dove si esprime con la sua vocazione e attenzione verso l’uomo.[35] Infatti
“la Chiesa esprime la sua natura guardando alla croce di cristo e facendo suo questo ethos chiamata a modellarsi su quelle caratteristiche che qualificano la carità stessa di Dio”.
Gli elementi essenziali in cui la comunità parrocchiale è chiamata ad esprimersi sono la trasparenza delle opere buone, la gratuità dei gesti e la concretezza. Adulti, giovani e ragazzi devono sentirsi impegnati comunitariamente a creare la progettualità di un’evangelizzazione caritativa sulla scia di quella pastorale organica spesso dimenticata.
“L’opportunità, anzi la necessità, di possedere una visione ed una conoscenza vera dell’annuncio cristiano e delle sue conseguenze per la vita dell’uomo non esonera dalla fatica di elaborare convincimenti di azione che siano rispettosi dei condizionamenti di fatto del vissuto umano e insieme diano realizzazione alle intenzioni profonde del messaggio cristiano stesso”[36].
La carità è frutto di un cammino e non può essere paragonata con un’opera di beneficenza occasionale. Inoltre la carità non è circoscritta, ma richiede un’opera di giustizia verso tutti, ponendo al centro la persona nella sua integralità. Tutto ciò passa per una nuova cultura della carità che ponga al suo centro l’educazione delle nuove generazioni attraverso proprio il lavoro dell’intera comunità parrocchiale che devono trovare espressioni concrete nella catechesi settimanale, nelle celebrazioni liturgiche domenicali e in esperienze concrete di solidarietà da potersi poi vivere nella storia quotidiana. La comunità parrocchiale attraverso un cammino di formazione permanente è chiamata a passare da una “chiesa di soggetti singoli e spesso inferenti tra loro” ad una “comunità di battezzati collaboratori di tutti” al servizio dell’umanità. Ecco perché l’amore preferenziale per i poveri[37] non è una scelta di campo, ma è l’unione comunitaria alla stessa missione di Cristo. È in questo modo che essa mostra la presenza reale di Cristo prima vissuto nel discernimento comunitario della catechesi e della celebrazione e successivamente nell’azione di tutti. Il servizio a tutti e ai poveri in particolare è parte integrante dell’evangelizzazione e non frutto di essa o espressione di ciò che è stato proclamato. In questo modo la comunità parrocchiale si autoevangelizza e non dimentica che i poveri spesso cambiano volto e nessuno può lasciarli nell’indifferenza. La scelta dei poveri ha sempre fatto da spartiacque nella vita della Chiesa. I poveri, infatti, sono il volto concreto del Cristo annunziato nelle catechesi e nelle celebrazioni liturgiche. Le comunità parrocchiali sono più una Chiesa per i poveri e difficilmente propongono e vivono come “Chiesa dei poveri”. Questo perché
“la povertà dovrà qualificare la presenza stessa e l’azione della Chiesa. È vero che nel Vangelo non è scritto espressamente che la Chiesa debba essere povera; ma se essa deve risultare “sacramento”, (segno sensibile e strumento efficace) di Gesù Cristo, che essendo ricco s’è fatto povero, … dovrà pur essere e non apparire ricca, potente, forte. Emerge qui tutta la tematica della Chiesa dei poveri”[38].
Per compiere questo passaggio è necessario passare dalla logica dell’assistenzialismo a quello del soggettivismo. Tutti coloro che vivono, nostro malgrado, la fragilità della condizione umana, non possono limitarsi ad essere visti o indicati come “oggetto di azione pastorale”. Ciascuno di loro è parte integrante della comunità cristiana e per loro è necessario che la stessa preveda dei percorsi di prima evangelizzazione, necessariamente diversificati, avendo le fragilità umane forme diverse. I senzafissadimora, gli ammalati, gli immigrati, i tossici, le ragazze madri, le donne che subiscono i traumi post-aborto devono essere inseriti in un percorso che cominci dalla promozione del soggetto, per avviarlo all’incontro proprio con quel Cristo risorto che non è una speranza o una chimera, ma la Persona che può permettere a ognuno di ricominciare a vivere. Ribadire che queste sono fragilità non solo del singolo, ma anche della comunità parrocchiale, vuol dire anche far riemergere:
“la riaffermazione della specificità della missionarietà della Chiesa, che porta l’amore di Cristo Risorto quale speranza per il mondo;il ripensamento dei percorsi educativi e catechetici; la “comunicazione” dell’antropologia cristiana e dei suoi fondamenti;la valorizzazione del servizio dell’approfondimento teologico, anche per la formazione personale integrale ed alla “carità” (soprattutto dei presbiteri e dei consacrati); il potenziamento dei luoghi di studio delle presenti questioni antropologiche e sociali, come momento propedeutico sia all’orientamento vocazionale e motivazionale che all’intervento sociale ed all’esercizio responsabile della cittadinanza civile; la vigile attenzione alle forme ed ai contenuti della comunicazione di massa, per educare al suo corretto ed avveduto impiego; lo stimolo a relazioni di comunicazione e stabile cooperazione, sia intra- che extra-ecclesiali (con coloro che più hanno a cuore la promozione della vita umana); il maturo riconoscimento dei limiti della supplenza (pur lodevole) nei confronti delle istituzioni pubbliche in materia di politiche sociali ma anche dell’indefettibile valore di profezia del volontariato autentico”[39].
Tale scelta può comprendersi solo se proiettata in un percorso di esperienza ecclesiale comunitaria, unita ad un lavoro di integrazione sul territorio[40]. Molto spesso la maggior parte delle forme e delle condizioni di povertà sono state delegate alle caritas parrocchiali. In realtà, il ruolo della Caritas è stato più volte confuso con un demandare ad alcuni delegati, soprattutto i più sensibili al mondo delle povertà, il compito di andare incontro alle emergenze. Al contrario, la Caritas, non è una sorta di protezione civile religiosa, ma l’organismo di coordinamento ecclesiale di tutte le associazioni che ruotano intorno alla realtà comunitaria per andare incontro alla povertà. La riscoperta della carità deve mirare a coniugare la vita di fede con l’attenzione ai ”membri” disagiati della stessa e soprattutto offrendo il servizio gratuito come forma primaria d’evangelizzazione e di promozione della persona umana.
Gli itinerari di fede
La proposta più adeguata affinché ogni comunità parrocchiale, unita a quella diocesana, possa indicare una progettualità nuova sta nella realizzazione degli itinerari di fede. Questi sono strumenti atti al coinvolgimento dell’intera comunità ecclesiale e non ecclesiale, sia all’interno della stessa, sia al suo esterno. Infatti gli itinerari di fede richiedono una scelta annuale, biennale o triennale su un’unica tematica e sono scanditi dalla scuola di quell’anno liturgico che è imprescindibile per i tempi che l’intera comunità è invitata a vivere. L’anno liturgico è il segno eloquente di una storia comunitaria, perpetuata nel tempo storico degli uomini che camminano nella Chiesa. Esso è il “kairos”, quell’incontro tra la storia salvifica di Dio e quella umana e permette di realizzare nei singoli avvenimenti quelle meraviglie bibliche della salvezza. L’itinerario di fede deve necessariamente avere un fondamento biblico, poiché è proprio nella “storia della salvezza” che la comunità cristiana trova le sue fondamenta ed è proprio a partire da questa storia che elabora le sue prospettive pastorali. Infatti
“di fronte agli effetti spesso devastanti della secolarizzazione e – di conseguenza – all’urgenza di una rinnovata evangelizzazione, s’impone sempre più la scelta prioritaria della promozione di vari itinerari di fede che consentano a coloro che hanno perduto la fede e la coscienza battesimale della loro appartenenza a Cristo e alla Chiesa (ovvero non l’hanno sufficientemente motivata) di compiere un cammino graduale di riscoperta e di maturazione”[41].
Tale itinerario deve per questo mettere insieme sia quella pastorale organica che unisce in un “unum” la catechesi, la liturgia e la carità, sia una proposta di evangelizzazione attraverso una pastorale “d’insieme” che prevede attenzione verso quelle realtà che sono al di fuori dei canoni di una vita ecclesiale. Oggi più comunemente si parla di “pastorale integrata”. Essa è la sintesi tra l’esperienza di chi abitualmente vive le scelte ecclesiali e chi le vive solo dall’esterno[42]. Ogni itinerario deve prevedere un cammino unico per ragazzi, giovani e adulti. Il richiedere che tutto ciò si materializzi offre l’opportunità a ciascuno, nelle sue diverse fasi della vita, di sentirsi protagonista dell’evangelizzazione e proteso in un percorso di conversione personale. Nessuno è escluso da questo itinerario ed è possibile vivere l’unico mistero del Cristo morto e risorto nell’esperienza concreta. Fondamentale per la realizzazione dell’itinerario di fede è la catechesi settimanale. Essa svolta nei diversi settori (ragazzi/ giovani/ adulti) con un’unica tematica e quindi con un unico obiettivo, offre l’opportunità di sentirsi comunità e di ritrovarsi uniti nell’evangelizzazione. La catechesi esige sempre non solo la conoscenza, ma soprattutto l’approfondimento della Parola di Dio. Essa dev’essere esperenziale, cioè partendo dalla realtà in atto e dalla vita quotidiana, occorre cercare di concretizzare in essa la stessa storia d’amore di Dio nella vita quotidiana.
La catechesi ha il compito di - favorire e risvegliare la conversione; - programmare tappe intermedie per le diverse fasce d’età; - educare tutti ad una logica di amore e di gratuità; - non esimersi da un annuncio profetico del Vangelo.
Non meno importante è la liturgia. Questa non dev’essere confusa con il ritualismo, ma inserita in un’azione pastorale organica perché la parrocchia diventi comunità.[43] Nella liturgia possono e devono essere coinvolti tutti: dall’accoglienza alla proclamazione delle letture, dalla presentazione dei doni all’offerta caritativa, dalla condivisione dell’Eucarestia al mandato missionario. In ogni circostanza si deve vedere come protagonista l’intera vita della comunità. Non meno importante per l’itinerario di fede è la progettualità della carità. Il binomio carità/evangelizzazione non sempre è coniugato. I poveri sono spesso visti come oggetti e non soggetti di evangelizzazione. Ad essi è riservato spesso e volentieri un aspetto marginale e le proposte nei loro confronti sono solo di semplice assistenzialismo. La carità in un itinerario di fede deve avere l’obiettivo di coinvolgere, attraverso la condivisione di tutto, tutti; proporre una scelta che dall’assistenzialismo o promozione umana passi all’accoglienza vera e alla riproposta evangelica. È fondamentale che nel corso dell’anno si individuino solo una o due proposte (salvo emergenze) corredate da progetti che guardano al futuro. Gli operatori della carità non sono i delegati della stessa, ma animatori di tali proposte. Tutti devono essere coinvolti attraverso iniziative che si prolunghino nel tempo e che si attuino nel percorso dell’itinerario di fede. La carità è la prima forma di dialogo con il mondo dei lontani, di tutti coloro che vivono ai margini della vita comunitaria ed è, nello stesso tempo, una forma di “pro-vocazione”.
“Credo che se controlliamo le nostre istituzioni … ci renderemo conto che siamo in una Chiesa che è “per” i poveri, ma non è ancora “dei poveri”. … Credo invece che non solo i singoli cristiani ma ogni comunità e l’intera Chiesa debbano sentire rivolta a sé la beatitudine fondamentale “beati i poveri”, e che lo siano “nello spirito”. [44]
“La programmazione unitaria suppone: - che ci sia un’autorità competente che metta insieme le persone e gli organismi interessati; - che si definisca un tempo nell’anno in cui si fa la programmazione; - che si definiscano con chiarezza gli obiettivi a breve e a lunga scadenza; - che si definiscano con sufficiente precisione gli strumenti che si intendono utilizzare - per raggiungere gli obiettivi; - che si definiscano i tempi di attuazione; - che si definiscano le modalità di collegamento fra i vari organismi pastorali; - che si preveda un momento finale di verifica”.[45]
Un itinerario di fede per la parrocchia albanese
Nei mesi di settembre/ottobre la comunità parrocchiale si preoccuperà di stabilire il tema da dover trattare in tutto l’anno liturgico, in sintonia con il programma pastorale della diocesi. Questo tema dev’essere presentato a tutti e sviscerato durante le catechesi settimanali, nelle liturgie domenicali e nell’attuazione del progetto caritativo che s’intende concretizzare.
Nel periodo di Avvento si evidenzierà il tema della speranza e ci s’impegnerà nella formazione e nel confronto anche pratico con chi vive accanto agli ultimi. La comunità parrocchiale s’impegnerà a mostrare il come poter accogliere non solo Cristo, ma anche chi oggi nasce escluso ed esiliato.
Nel tempo di Natale non dovrà mancare la riflessione sui temi della pace e del dialogo. Infatti questo tempo liturgico, coincidente con le feste offre l’opportunità di riflettere sul messaggio che ogni anno è lanciato dal Santo Padre in occasione di ogni Capodanno. Tutto ciò per evitare di scivolare nella mentalità ludica e a volte edonistica del natale laico.
Il mese di gennaio avrà nella settimana di preghiera per l’unità dei cristiani un momento forte, per rivalutare quell’aspetto tipico richiamato precedente proprio per la parrocchia albanese.
I tempi liturgici di Quaresima e Pasqua sono tradizionalmente quelli in cui la comunità cristiana appare più attiva del solito. Spesso però tutto è concentrato su un incremento di devozioni e su alcune forme di pietà popolare che fanno da coreografia ad un itinerario che dovrebbe concentrarsi sulla riconciliazione e sulla rinascita. L’itinerario di fede ha l’obiettivo di dare una svolta comunitaria alla vita parrocchiale. Passare da una “chiesa delle circostanze ad una comunità propositiva” che si riconcilia al suo interno e di differenza nell’amore al suo esterno. La comunità in questi tempi si preoccuperà di vivere oltre che le catechesi sui tempi della carità e dell’Eucarestia, di curare le liturgie evidenziando segni di attenzione verso i poveri. Si porranno in evidenza i segni del battesimo (acqua, olio) e nelle diverse domeniche di quaresima, si proporranno celebrazioni in cui far rivivere questo sacramento, secondo una scelta di riproposta e di nuova evangelizzazione per le famiglie. Nelle domeniche prepasquali (3 – 4 – 5) le stesse famiglie, soprattutto quelle dei ragazzi che celebrano i sacramenti dell’Eucarestia e della Confermazione, vivranno anche esperienze in luoghi simbolo in cui poter mettere in evidenza come solo la riconciliazione può determinare scelte profetiche nei confronti di chi usa la violenza o estorce favori sotto la logica dell’approvvigionamento economico. Tutto ciò perché si sottolinei l’importanza della sapienza della croce sottolineata da Paolo. Infatti
“la sapienza della croce è la sapienza dei piccoli; di coloro che si sono fatti piccoli, come lo stesso Figlio di Dio. E si sono fatti piccoli per divenire servi. È per questa sapienza che, come Cristo e con Cristo, il Padre ci “esalta”; ci rende, cioè, maestri. … Quando accettiamo di essere piccoli dinanzi alla volontà di Dio che si manifesta attraverso gli eventi della vita, sia dinanzi a noi la via dell’umiltà”[46].
Il tempo liturgico dopo Pentecoste è quello più proficuo per vivere l’esperienza comunitaria senza che si abbiano particolari scadenze. È il tempo in cui la comunità rivaluterà il senso della ministerialità e del servizio ecclesiale. Il modello a cui far riferimento non è
“quello del prete che viene ritenuto, e non senza una qualche ragione, il ministero della chiesa per eccellenza, bensì quello del cristiano comune che, in forza della fede e del suo sacerdozio, in tutte le cose che fa con fede e nell’amore di Dio e del prossimo, offre a Dio un sacrificio gradito e contribuisce per la chiesa all’adempimento della sua missione messianica”[47].
I riferimenti biblici potrebbero essere attinti dalle lettere a Timoteo. Scritte presumibilmente durante la prigionia romana, indicano a Timoteo, lasciato a guidare la comunità di Efeso, la metodologia su cui procedere: - aderire fedelmente alla tradizione della fede; - difendere la fede dagli eretici; - designare collaborati qualificati; - regolare il culto; - esortare i fedeli.
Con queste cinque esortazioni anche la comunità ecclesiale può essere in grado di individuare un senso di collaborazione e di proposta. Si organizzeranno dei corsi di formazione per coloro che saranno catecheti degli adulti, per gli animatori liturgici e per gli operatori della carità. I ragazzi potrebbero vivere la loro giovanilità attraverso campi-scuola formativi, e i ragazzi saranno coinvolti in un’animazione cristiana del territorio. Ognuno, vivendo la sua età e la sua ministerialità, può essere segno di una chiesa della con-divisione, superando quella della temporaneità, in cui spesso ci si lascia cadere.
Conclusione
La parrocchia albanese non può mai prescindere dal sangue dei martiri su cui ha mantenuto viva la fede. Ad essa necessariamente dovrà fare riferimento per vivere il senso di una comunità attiva e sempre in continua ricerca dell’amore di Cristo. La parrocchia è comunità, ma soprattutto lo diventa non solo quando non si defila nella progettualità dell’annuncio della buona novella, ma quando si colloca accanto a tutti. È e deve diventare una casa di tutti e per tutti. Per diventare casa di tutti è chiamata a compiere gesti di com-passione. In altri termini deve entrare nelle viscere della storia dell’umanità senza pensare di compiere una demagogia politica.
“Ai nostri giorni l'umanità, presa d'ammirazione per le proprie scoperte e la propria potenza, agita però spesso ansiose questioni sull'attuale evoluzione del mondo, sul posto e sul compito dell'uomo nell'universo, sul senso dei propri sforzi individuali e collettivi, e infine sul destino ultimo delle cose e degli uomini. Per questo il Concilio, testimoniando e proponendo la fede di tutto intero il popolo di Dio riunito dal Cristo, non potrebbe dare una dimostrazione più eloquente di solidarietà, di rispetto e d'amore verso l'intera famiglia umana, dentro la quale è inserito, che instaurando con questa un dialogo sui vari problemi sopra accennati, arrecando la luce che viene dal Vangelo, e mettendo a disposizione degli uomini le energie di salvezza che la Chiesa, sotto la guida dello Spirito Santo, riceve dal suo Fondatore. Si tratta di salvare l'uomo, si tratta di edificare l'umana società.”[48]
Inoltre non si può pensare che tutto sia legato ad un progetto d’improvvisazione. Essa deve fondare la sua programmazione sulla teologia pastorale, che ha come compito quello di rendere un discorso speculativo in pratica senza tradire l’obiettivo. Ci si deve convincere che ogni proposta pastorale deve necessariamente essere fondata su basi teologiche, al contrario ci si troverebbe di fronte ad una comunità o svuotata nei suoi gesti oppure votata all’attivismo senza méta. Di una cosa dobbiamo essere certi:
“che non regge oggi una pastorale centralizzata, generica, di massa, perché bisogna che la parola di Dio e la testimonianza del servizio si esprimano là dove vive la gente, nel caseggiato, nel quartiere, nella contrada. Solo questo decentramento, che porta la chiesa a entrare nella vita quotidiana, prepara a liturgie meno rituali e più vissute, trasforma la parrocchia da aggregato anonimo a comunità di battezzati aperti sul mondo che esprimono nella solidarietà attiva la loro partecipazione all’annuncio del Vangelo”[49].
Questa proposta non vuol essere, infatti, una sorta di parrocchia ideale per l’Albania. Al contrario si tratta di percepire e di attuare nelle vicende della nostra storia come la comunità parrocchiale formata da adulti giovani e ragazzi possano in un itinerario di fede essere annunziatori di salvezza attraverso gesti di solidarietà e d’amore, fatti soprattutto nei confronti dei poveri che sono i privilegiati del Vangelo. Per questo la comunità parrocchiale deve creare sempre più una “spiritualità dell’amore” che passi attraverso il cuore di tutti per portare l’annuncio anche a chi ha difficoltà a credere e sperare e realizzare il regno di Dio. “Il regno” nel quale le persone aderiscono all’insegnamento gesuita non è un luogo adatto a un nemico, a qualcuno che intende sovvertire o distruggere i principi su cui si basa la comunità fondata sulla buona novella. Tuttavia un nemico potrebbe avere accesso e cercare di usare i valori che caratterizzano la comunità fondata sulla buona volontà per minare la comunità stessa. Gesù racconta una storia che paragona il regno dei cieli (Mt 13,24-30) a un proprietario che ha seminato del grano, ma nella notte un suo nemico è venuto a seminare nel campo la zizzania…. Probabilmente questa è la parabola che permette di capire meglio quali aspirazioni avesse Gesù circa la diffusione del regno dei cieli in questo mondo. Assistiamo qui a uno scontro diretto tra i sostenitori dell’insegnamento gesuita e coloro che non vi aderiscono. Gesù spiega come affrontare tale conflitto: con pazienza e perseveranza, di modo che l’insegnamento gesuita possa crescere”.[50]
La parrocchia albanese ha davanti un grande futuro e credo che il tutto possa essere realizzato.
Don Antonio Ruccia Direttore Caritas Bari-Bitonto Docente di Teologia Pastorale c/o la Pontificia Università Urbaniana di Roma e c/o la facoltà teologica Pugliese di Bari Via dei Gesuiti, 20 70122 BARI Tel e fax 0805237311 - 3394909894 [1] BENEDETTO XVI, Caritas in veritate, 37 [2] V. GROLLA, L’agire della Chiesa. Teologia pastorale, Padova 2000, 89. [3] “La natura propria della parrocchia è legata al concetto e alla realtà di comunità, insieme di persone che nascono dalla medesima fonte, vivono come corpo organico e operano in sinergia e corresponsabilità” (P. SCABINI, La parrocchia oggi per domani. Istanze e anticipi di un’urgenza cristiana, in Orientamenti pastorali 9 (2004), 21). [4] A. MONTAN, Parrocchia, associazioni e movimenti: quali relazioni per una Chiesa locale e missionaria, in Orientamenti pastorali 9 (2004), 38-39). [5] “La parrocchia è chiamata a una trasformazione qualitativa che la renda sempre più luogo di accoglienza, di dialogo, di discernimento e di iniziazione al mistero di Cristo attraverso l’annuncio, la catechesi, la testimonianza, la celebrazione dei sacramenti, il servizio della carità, la corresponsabilità ecclesiale e l’esercizio dei ministeri. Anche altri contesti offrono spesso opportunità per un ritrovato contatto con la fede cristiana: le chiese nei centri storici delle città, i santuari, i monasteri, gli oratori, ma anche gli ospedali, le scuole, le università e i loro centri di pastorale, come pure le esperienze proposte da movimenti e associazioni ecclesiali. Queste opportunità devono stimolare la comunità parrocchiale a ripensarsi nel suo rapporto con la pastorale d’ambiente nel territorio: per attivare percorsi differenziati, in collaborazione con altre realtà ecclesiali; per accogliere coloro che hanno completato il cammino di iniziazione; per offrire spazi di inserimento attivo nella comunità” (CONFERENZA EPISCOPALE ITALIANA, L’iniziazione cristiana. Orientamenti per il risveglio della fede e il completamento dell’iniziazione cristiana in età adulta. n° 3, 32). [6] “In un momento in cui l’uomo intende affrontare nuovamente, sotto il profilo ermeneutico, tutte le componenti che costituiscono l’orizzonte in cui si muove l’esistenza, e verificarne la validità, la chiesa, senza pretendere di evadere da queste istanze autentiche, deve cercare di proporgli la propria autocomprensione. Configurandosi infatti in termini esistenziali, essa deve entrare nel dinamismo della vita; ponendosi come fatto anche storico, deve accogliere i corsi e ricorsi della storia; rivendicando la funzione di fermento del mondo, deve dare spazio reale al dialogo; soprattutto affermandosi come presenza “sensata” che si può comporre con ogni altra autentica interpretazione dell’avventura umana e che può inventarla, deve rilevare la fondatezza del suo discorso. Ciò risulta urgente, in particolare, in riferimento all’evangelizzazione” (D. VALENTINI, Evangelizzazione, in NDT, 471). [7] Cfr AG 37 [8] “La realtà dei movimenti ecclesiali contemporanei rappresenta un germe nuovo, ma vivo ed indicatore della presenza incisiva dello Spirito Santo che anima e guida la storia” ( L. CONTI, Movimento, in EP, IV, 190). [9] GIOVANNI PAOLO II, Ecclesia in Europa, 64. [10] C. CAFARRA, Familiaris Consortio e attuale situazione del matrimonio e della famiglia, in Anthropotes 2 (2001), 214-215. [11] “L’unanime comunità dei fedeli, costituita sulla dottrina degli apostoli che si fonda sulla parola e sull’opera di Gesù ed è sorretta dallo Spirito santo, è una comunità nel convivere e nel convivium, che lodando Dio rende gloria a Dio e soltanto così può incontrare il favore di tutto il popolo e operare in senso missionario. Le allusioni a espressioni stereotipe attinte dal repertorio di antiche descrizioni dei tempi remoti e di utopie politiche concorrono a dimostrare che la nuova società della ecclesia uscita “negli ultimi giorni” dalla storia d’Israele e dalle sue promesse compie le attese dell’intera umanità” (R. PESCH, Atti degli Apostoli, Assisi 2005, 163). [12] R. FABRIS, Atti degli Apostoli, Brescia 1998, 73. [13] K. KLIESCH, Gli Atti degli Apostoli, Assisi 1991, 82. [14] Cfr. D. SESBOÜE’ e J. GUILLET, Comunione, in DTB 195 – 198. [15] At 14,2; 28,15 [16] At 2,36 [17] At 2,33. 38 [18] “L’enorme aumento della popolazione mondiale pone dei problemi di una particolare gravità. Primo di tutto evidenzia la palese ingiustizia nella ripartizione delle risorse tra i paesi ricchi e il Terzo Mondo, ma anche tra categorie della popolazione all’interno di una stessa regione. Il lusso insensato e la finalità di vivere di alcuni coesistono con le miserie più totali. … In un universo sempre più complesso non si tratta più di assicurare la vita biologica, ma tutte le risorse dell’educazione, della cultura, del cuore che compongono la verità e lo spessore dell’esistenza umana” (J. GAILLOT – A. GOMBAULT – P. de LOCHT, Un catechismo per la libertà, Molfetta 2005, 87 – 88). [19] 1 Cor 12,27 [20] Cfr. LG 9 [21] Cfr. SC 7. PC 7. [22] S. BISIGNANO, Vocazione, in Dizionario di Spiritualità dei Laici, 384. [23] E. ANTONELLI, La parrocchia comunità eucaristica per il mondo, pro manuscriptu, n°17) [24] "La 'nuova evangelizzazione' chiama con insistenza la chiesa, consiste anzitutto nell'accompagnare chi viene toccato dalla testimonianza dell'amore a percorrere l'itinerario che conduce, non arbitrariamente ma per logica interna dello stesso amore cristiano, alla confessione esplicita della fede e all'appartenenza piena alla chiesa" (ETC 10). [25] "La fraternità cristiana ben più che un sentimento vago o una dimensione spirituale senza conseguenze nei rapporti storici: come attesta la scena della prima comunità cristiana negli Atti degli Apostoli, l'annuncio della buona novella di Dio Padre fonda una nuova prassi che supera le solitudini e si sforza di appianare i conflitti, per creare condizioni di dignità e di sviluppo per tutti secondo il disegno di Dio" (C. M. MARTINI, Ritorno al Padre di tutti, Milano 1998). [26] UR 4 - 5 [27] “Il dialogo interreligioso è un altro grande spazio nel quale si giocherà il destino della fede cristiana nel millennio che viene: è importante apprezzare, come inequivocabile segno di redenzione, il cambiamento che dal Concilio Vaticano II fino a Dialogo e Annuncio consente di guardare alle religioni non cristiane come vie salvifiche effettive. La sfida del futuro resta però grande e irrinunciabile: come dire l’identità cristiana nel suo cuore, cioè il Crocifisso di Dio. Senz’altro il cristianesimo dovrà dimostrare la propria capacità: 1. di stare insieme alle altre religioni sulle strade della difesa dell’uomo e dei suoi diritti, oltre ogni autoritarismo e dispotismo che tradisce la chiamata del Signore alla libertà; 2. di salvaguardare l’uomo dalle minacce incombenti sul mondo e sul suo futuro (ecosistema e impoverimento dei più deboli); 3. di custodire l’interiorità dell’uomo minacciata dall’effimero, dalla spettacolarità e dal culto dell’immagine” (A. STAGLIANO’, Cristianesimo da esercitare. Una nuova educazione alla fede, Roma 2008, 34). [28] “Lo spirito di Assisi »: l'espressione è di Giovanni Paolo II. Dal 27 ottobre 1986 questo « spirito » si è diffuso un po' ovunque, conserva la forza viva del momento in cui si è scaturito. [29] R. FALSINI, Le grandi acquisizioni teologico-pastorali della riforma liturgica, in RPL 2 (2009), 80-81 [30] V. BO, Parrocchia tra passato e futuro, Assisi 1977, 102 – 104. [31] Cfr 1 Gv 3,16. 4, 19-21. [32] “Proprio accogliendo la rivelazione del mistero di Dio in Gesù Cristo si svela a noi pienamente il mistero dell’uomo e ci è resa la nostra altissima vocazione. Pertanto nella sua opera di evangelizzazione la Chiesa può e deve farsi carico di tutto ciò che è autenticamente umano e che tocca da vicino le persone e le famiglie” (ETC manca il numero) . [33] 1 Cor 1,23. [34] A. ZANOTELLI, Paolo. Sulle strade dell’impero proclamando il Dio della vita, Bologna 2008, 26-27 [35] (ETC manca il numero) [36] B. SEVESO, Alle radici della pastorale, in Enciclopedia di Pastorale, Casale Monferrato 1992, 236 [37] Cfr Lc 4,18 [38] L. BETTAZZI, La Chiesa dei poveri nel Concilio e oggi, Villa Verrucchio 2001,53. [39] A. SABATINI, Fragilità – Conclusioni del terzo ambito. [40] Cfr. A. RUCCIA, Itinerari di fede per la parrocchia, Bologna 2005, 63-70. [41] L. BRANDOLINI, Anno liturgico, in EP, III, 155. [42] Cfr A. RUCCIA, Itinerari di fede per la parrocchia, Bologna 2005, 49 -84. [43] Cf A. RUCCIA, Itinerari di fede per la parrocchia, Bologna 2005. [44] L. BETTAZZI, La Chiesa dei poveri nel Concilio e oggi, Villa Verrucchio 2001, 32. [45] G. NERVO, Parrocchia e carità, Bologna 1992, 59. [46] S. MARCIANO’, Il coraggio dell’evangelizzazione. Paolo e la sapienza della croce, Milano 2009, 43 [47] S. DIANICH – S. NOCETI, Trattato sulla Chiesa, Brescia 2002, 389 [48] GS 3. [49] V. GROLLA, L’agire della Chiesa, Padova 2000, 105. [50] T. LINDBERG, Gli insegnamenti politici di Gesù, Roma 2009, 130
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